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Ancora prodigi
Il popolo di Sanza era pienamente
convinto di avere un grande avvocato presso Dio, perché i prodigi si
susseguivano con crescente frequenza. Il seminarista Cesare Campolongo, da
Sanza, uscito dal seminario di Nola perché colpito da tubercolosi, si
ridusse agli estremi in un ospedale di Napoli. Trovato ormai inefficace per
la guarigione ogni rimedio umano, si rivolse con grande fede al Servo di
Dio, incominciando una novena di preghiere. Ed ecco un giorno sorridergli
dolcemente l'immagine del Servo di Dio, che i genitori avevano collocata di
fronte al suo letto. A poco a poco si ristabilì, tornando del tutto guarito
all'affetto dei suoi cari. Una sua sorellina di nome Teresa, cadde un giorno
dal terzo piano di casa sua con la testa all'ingiù. Raccolta senza dare
segni di vita, mentre i suoi fanno voti al P. Angelo e le mettono addosso
una reliquia del suo abito, improvvisamente apre gli occhi esclamando:
"Il P. Angelo mi ha salvata".
Un certo Frà Vito da Vibonati, dopo la
soppressione del convento, veniva ogni anno a Sanza per la questua
dell'olio, lasciando nei frantoi delle pignatte recante l'immaginde del
Servo di Dio. A Sanza tuttora riferiscono che un giorno una di queste
pignatte, usata da Antonio Bartoni per cuocervi legumi, gorgogliò sulla
fiamma per diverse ore conservando intatta e bianca l'immagine del P.
Angelo.
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 | Il Servo di Dio e la Ven. Maria Cristina di Savoia
Una volta il P. Angelo volle manifestare
ai suoi devoti quanta fosse potente in Cielo l'intercessione della Santa
Reginella di Napoli, Maria Cristina di Savoia. Donna Felicia Cozzi, nativa
di Sanza e sposata nella vicina S. Giacomo con Don Eugenio De Lise, resa
orribilmente deforme da una paralisi sopravvenutale alla morte di una sua
figlia, ottenne l'immediata a Sanza, il 14 febbraio 1851, pregando presso la
tomba del Servo di Dio. Voleva ritornare a S. Giacomo, ma dal P. Angelo fu
avvisata in sogno che il prodigio doveva ripetersi, perché molti in paese
non vi avevano prestato fede. E infatti il 2 marzo, nella chiesa
parrocchiale, le ricomparve il male, per sparire nella chiesa del convento,
presso il sepolcro del Servo di Dio. Donna Felicia, risanata, si accingeva a
ripartire per S. Giacomo, ma ecco di nuovo il Servo di Dio a revocarle la
grazia, perché in paese perdurava l'indifferenza e il disprezzo, e non si
era redatto un verbale del prodigio alla presenza dell'autorità civile,
come egli aveva imposto. "Fà quel che vuoi, facciano i medici quel che
vogliono, ma niente ti gioverà. Ti gioverà solamente l'andare a Napoli, a
domandare la grazia accanto alla tomba della Regina Maria Cristina". E
infatti Donna Felicia Cozzi, recatasi a Napoli il 27 gennaio 1852, in S.
Chiara, pregando sulla tomba della Venerabile Maria Cristina di Savoia,
guarì perfettamente e della paralisi e delle ulceri che avevano reso
ributtante il suo corpo. Furono testimoni del miracolo varie persone, tra
cui il sacrista della chiesa, P. Gianfrancesco da Bologna, al quale Donna
Felicia aveva manifestato le rivelazioni del P. Angelo con tutte le
circostanze concomitanti. Il medico Don Carmine Antinora, che al mattino
aveva visitato Donna Felicia prima che si recasse in S. Chiara, rivedendola
risanata nella locanda della Palma, esclamò: "Questo è un vero
miracolo". Il Servo di Dio volle poi dare un suggello alla grazia,
predicendo a Donna Felicia che le macchie sul volto sarebbero scomparse il
giorno in cui si fosse lavata con l'acqua del pozzetto di Sanza. Come
infatti avvenne.
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 | Il
Servo di Dio e la famiglia reale
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Anche
la Famiglia reale di Napoli sperimentò la protezione del nostro Servo di Dio.
Difatti questi rivelò a Donna Felicia che il suo intervento aveva
preservato da un fulmine il principe ereditario Don Francesco e che le sue
preghiere, unite a quelle della defunta regina Maria Cristina, avevano
sventate le insidie che si tramavano contro la vita del re Ferdinando II.

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